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La circolazione atmosferica
Scritto da Giancarlo Modugno   
Giovedì 22 Dicembre 2005 02:52
Prima di effettuare una descrizione generale circa la circolazione atmosferica è bene specificare che esistono moti a grande scala (planetari) e a piccola scala (continentali, oceanici, locali, ecc). Si denota quindi una notevole complessità, ma dato che ...

...... i primi moti hanno carattere spaziale e temporaneo più costante e marcato rispetto ai secondi, si potrà procedere alla classificazione attuale dei moti troposferici. Qualora nel modello che stiamo per trattare nel corso di settimane e mesi vi siano decisivi cambiamenti si parlerà di “anomalie”, se questi cambiamenti si protraggono per decenni si parlerà di “cambiamenti climatici”.

È grazie ad essa che è possibile instaurare un discorso legato al rimescolamento entropico dell’energia atmosferica. Mediante la radiazione assorbita e riflessa dell’infrarosso denotiamo ogni anno un surplus d’energia all’equatore e un deficit ai poli; questi valori sarebbero destinati ad aumentare nei loro valori assoluti, creando zone equatoriali sempre più surriscaldate e poli sempre più freddi, se non ci fosse una struttura macroscopica che tenderebbe a bilanciarli (ricordiamo che un buon 20% di contributo in questo bilanciamento viene dato anche dalle correnti oceaniche).

Nel 1735 Hadley propose il primo modello di circolazione atmosferica che, sebbene molto schematico e riassuntivo, denota delle peculiarità derivanti dalle diversità planetarie (continenti, oceani, ecc): infatti, egli considerò la superficie terrestre omogenea e priva di effetti devianti (Coriolis). Il modello indica che i moti ascendenti tipici dell’equatore, dovuti alla presenza del surplus di calore, producono una zona di alta pressione in quota (intorno ai 5000-6000 m) per l’enorme afflusso di aria e una zona di bassa pressione al suolo derivante dal deflusso verso l’alto di aria calda. Contemporaneamente ai Poli il deficit di calore fa comprimere verso il basso l’aria creando una zona anticiclonica al suolo e lasciando in quota un deflusso d’aria che porterà alla formazione di una zona ciclonica. Sappiamo che le masse d’aria si spingono dalle alte pressioni alle basse: di conseguenza al suolo l’aria sarà richiamata dal polo verso l’equatore e in quota il procedimento sarà contrario al precedente.

Se introducessimo anche l’effetto deviante di Corolis, da questa circolazione scaturirebbero al suolo venti costanti da nord-est nell’emisfero boreale e da sud-est nell’emisfero australe.

Un modello di circolazione più attendibile è quello a tre celle qui sopra raffigurato. Esso presenta in prossimità dell’equatore una fascia di strutture depressionarie; salendo di latitudine, a circa 30°, troviamo una fascia di anticicloni subtropicali, di cui i famosi Anticiclone delle Azzorre e Anticiclone del Pacifico. Come possiamo notare si deve generare una circolazione simile a quella trattata da Hadley, ma questa volta ridotta a un terzo della precedente: in questo frangente nascono gli Alisei, venti costanti da nord-est nell’emisfero boreale e da sud-est in quello australe. È grazie agli alisei che sono state possibili imprese come la scoperta dell’America e le traversate ai tempi della vela (vengono definiti Trade Winds).

Gli alisei convergono in una zona, chiamata linea di convergenza intertropicale (Intertropical Convergence Zone): non è altro che l’equatore geografico sugli oceani e una zona che varia a seconda della stagione; origina temporali caratterizzati da imponenti Cumulonembi, alimentati dagli alisei che accumulano energia passando sulle zone equatoriali molto calde.

Tra i 30° e i 60° di latitudine osserviamo la cella di Ferrel. A circa 60° troveremo una fascia di cicloni (il ciclone d’Islanda e il ciclone Aleutine) che contribuiscono alla formazione di una circolazione diversa da quella di Hadley per i diversi richiami di masse d’aria: al suolo avremo i venti occidentali (o “Westerlies”) che spirano da sud-ovest. Nella circolazione attuale queste correnti, lunghe migliaia di chilometri, vengono chiamate “onde di Rossby” e grazie ai loro “flussi zonali” permettono la discesa diaria fredda verso i tropici e la salita di aria calda verso i 60° di latitudine; sono caratterizzate da promontori a alte latitudini e da saccature verso i tropici.

Tra i 60° e i 90° ci sarà un richiamo di aria fredda dai poli verso le depressioni situate a latitudini più basse. I venti “polari” spirano da nord-est e determinano il fronte polare una volta che formano la superficie di discontinuità con i venti occidentali.

Giancarlo Modugno

 

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